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Sconfine in Rwanda




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Sconfine e Umuzi a Kibungo

Il progetto ha sede in Kibungo e vede già in atto la collaborazione con le istituzioni locali (Provincia e Comune) e con l'associazione locale Umuzi.

A breve termine sarà destinata una sede da ripristinare, in cui avranno luogo le prime attività del centro culturale per tutti.

Il centro culturale intende essere un “contenitore” di idee, di proposte e realizzazione concreta di esse.
Si tratta di uno spazio fisico e mentale in cui svolgere attività ludico ricreative, sportive e formative.
E’ pensato come occasione di svago collettivo ed individuale.
Intende essere luogo e momento di potenzialità espressiva di qualsiasi forma d’arte, nonché possibilità di apprendimento di mestieri e realizzazione di oggetti d’artigianato locale.
Vuole essere la possibilità di incontro, di confronto, di scambio e di crescita nella differenza, intesa come presupposto fondamentale di arricchimento reciproco.
Si propone come momento di riflessione per una popolazione ferita che ha già grande coscienza di sé, consapevolezza della propria storia e lavora sul proprio passato per costruire un presente stabile, base per un futuro concreto.







Il Progetto: Obiettivi e Modalità

a piccoli passi verso grandi obiettivi...

Assieme ad Umuzi e grazie al supporto fondamentale del Sindaco di Kibungo abbiamo realizzato un’analisi del territorio che ha messo in luce la sospettata emergenza disabili. Abbiamo rilevato la presenza di una  elevatissima % di disabili di cui la maggior parte non esce neppure di casa in quanto impossibilitata da un ambiente ostile e scoraggiata da un pregiudizio che non permette ancora la ha possibilità di studiare ne' di muoversi  liberamente per le strade.
Questo ha dato grande spazio e valore ad un’iniziativa come la nostra che, in un ambiente multifunzionale come quello di un centro culturale, vede il coinvolgimento attivo dei diversamente abili come parte attiva della comunità che beneficia delle loro iniziative direttamente.
Per permettere il raggiungimento dello scopo Sconfine ha scomposto il progetto in micro-obiettivi:

Durante il nostro soggiorno a Kibungo abbiamo preso coscienza di una realtà importante di cui non potevamo non tenere conto e che ci ha portati a modificare il progetto in itinere. Abbiamo infatti rilevato altre due emergenze:
una nella realtà dei bambini di strada che, orfani di intere famiglie, non hanno trovato accoglienza presso nessuna struttura né famiglia e, privati della propria infanzia e di qualsiasi diritto ad un futuro dignitoso, si guadagnano ogni giorno la vita come possono;
l’altra è quella del trauma post-genocidio adolescenziale che, a distanza di un decennio, sta’ colpendo un’intera generazione.

In questa situazione così difficile, consapevoli dei nostri limiti e delle nostre possibilità, non intendiamo porci come obiettivo la risoluzione di tali problematiche, bensì contribuire con una  umile iniziativa ad un lavoro massiccio che il governo ed ancor più la società civile nella sua complessità stanno già portando avanti su entrambe i fronti.
Vogliamo accogliere, seppur solo per qualche ora al giorno, i bambini di strada, dando loro un luogo di incontro in cui ritrovare l’infanzia rubata con attività ludico ricreative e sportive. Ci piacerebbe organizzare anche momenti didattici in cui dare loro la possibilità di un’istruzione base.
Intendiamo supportare il lavoro dei volontari per il counelling per i bambini e gli adolescenti traumatizzati con corsi di formazione ed approfondimento per i volontari stessi, tenuti da esperti psicologi del trauma.

Le attività del centro culturale

“Una scuola per tutti” - supporto scolastico per i bambini di strada di Kibungo

“Campi estivi” - attività ludico ricreative, sportive e supporto alla scuola per i bambini in vacanza

“Il cinema ritrovato” - cinema all’aperto per piccoli ed adulti

Apertura dell’atelier: formazione al mestiere e produzione di artigianato locale

Corsi di formazione specifica:

Formazione ed aggiornamento per i volontari del servizio sociale di Councelling post trauma per bambini ed adolescenti

Le prossime tappe

La prossima spedizione avverrà presto: sei ancora in tempo per partecipare alla raccolta!

Scegli tu come aiutarci e per quale scopo indicando il micro-obiettivo a cui intendi partecipare attivamente:
sarai aggiornato in diretta sulla sua evoluzione!







Resoconto di viaggio

A Roma due amici rwandesi ci parlano del loro paese. Un paese che ha sofferto e che oggi combatte per la ricostruzione. Ci interessiamo, leggiamo, ci informiamo. Alphonse ha deciso di rientrare in Rwanda dove desidera attivarsi in prima persona. Assieme a Jean Pierre vorrebbero sviluppare un progetto per «fare qualcosa di concreto che aiuti la ricostruzione» del pese e ci chiedono una mano. Ci appassioniamo: anche noi vogliamo essere partecipi! Ma come senza invadere, senza ferire, senza imporre la nostra occidentalità? Ci riuniamo, parliamo, discutiamo. Nascono idee, elaboriamo proposte. Analizziamo le nostre competenze, conoscenze, possibilità e disponibilità.
Così nasce Sconfine.
Ai primi di dicembre Alphonse parte.

La bozza del progetto è presto pronta. Abbiamo peró bisogno di verificare che l’idea sia quella giusta. Attivare un centro culturale che permetta di modificare l’immagine della disabilità e del disabile in Rwanda: è davvero una priorità?
Il 27 Agosto 2005 in tre decolliamo da Roma direzione Kigali, capitale del Rwanda. Torneremo il 24 Settembre 2005.

Notiamo subito la povertà, non la miseria. La gente è sorridente, attiva, i bambini giocano. Kigali è notevole anche per la sua densità di abitanti. Ci colpisce una popolazione molto giovane, in fermento: attiva in un presente che pare ormai lontano da un orrore che è più passato di quanto non credessimo, proiettata verso un futuro che non dimentica ma sa andare oltre. Il genocidio, esploso nella sua somma atrocità solo undici anni fa, si rivela ogni attimo più presente nelle parole e più passato nei fatti di quanto non sospettassimo. Cerchiamo invano risposte nella profondità degli occhi di chi incrociamo per strada, di chi ci siede accanto sui bus, di chi ci accoglie col sorriso. Lentamente ne scopriamo il "non tabù". Mettiamo a nudo i nostri pudori nel parlarne, superiamo assieme la paura delle risposte e rompiamo il ghiaccio tra le braccia di chi desidera raccontarsi. Un orrore troppo grande per essere compreso fino in fondo da chi non c'era, da chi neppure può immaginare a cosa si possa arrivare. Ci ritroviamo così ingenui, nudi di fronte alle molte ferite ancora aperte di chi non può dimenticare, piccoli di fronte a qualche cicatrice di chi prova a perdonare.

Le case, tante sono di argilla, una accanto all’altra.
Dagli angoli sbucano occhi curiosi della nostra pelle così bianca che neppure la polvere rossa sollevata da ogni auto che passa può nascondere. Sguardi curiosi di noi e dello stereotipo dell'occidentalità ingombrante che ci pesa sulle spalle ogni giorno di più. Fardello di un passato di errori che non vorremmo ricordare e di ideali di ricchezza che non vorremmo rappresentare, almeno non così.
La città si muove, corre. Macchine, minibus e mototaxi urlano la loro presenza mentre pedoni saltano ai lati della strada come grilli per non essere investiti.

Andando di appuntamento in appuntamento visitiamo persone, luoghi, realtà e scopriamo facce diverse dello stesso Rwanda. Come spugne assorbiamo sensazioni, odori, suoni: qualsiasi spostamento arricchisce la nostra memoria e porta ad osservazioni nuove.

"Le pays des mille collines". Solo mille colline? Ci sembrano molte di più. Non ci saziamo mai del paesaggio: verde, giallo, terra coltivata, foresta, piantagioni di té, bananeti, montagne, parchi, laghi…piccolo ma vario il paese! Si sdraia su morbide colline per scivolare verso le steppe della Tanzania ad est, inerpicarsi sui monti dell'Uganda a nord e del Burundi a sud per poi tuffarsi nel lago Kivu ad ovest.
Respiriamo nuvole di polvere che a fine giornata ritroviamo su ogni centimetro di pelle, dentro e fuori. La terra rossa ci inquina i polmoni. Terra rossa battuta dal passo lesto dei bambini di strada, da quello incerto dei disabili, da quello umile di donne che eleganti portano il mondo in testa, da quello "fortunato" di chi va  al lavoro.
Sono contadini che zappano la terra, pastori che guidano il gregge, uomini d'affari e ministri in macchine importanti; sono persone che si "arrangiano" alla meno peggio per campare un giorno in più;  sono uomini e donne e giovani che noi chiameremmo ancora bambini che con gli attrezzi in mano vanno verso i campi.
Di tanto in tanto vediamo anche uomini e qualche donna vestiti di rosa: sono i prigionieri che contribuiscono alla ricostruzione del paese con i "lavori di interesse generale".

Il cattolicesimo spolvera la sua dottrina ovunque. Il dio cristiano è onnipresente: scritte sulle case, sui bus, nei negozi.
La gente ci accoglie, ci aiuta. In francese o in inglese? Scusateci ma del Kyniarwada conosciamo ancora solo tre parole.
“Come ti chiami, sei sposata?” ci chiedono prima di sapere da dove veniamo.
"Cosa fate qui in Rwanda?"
Siamo venuti per un progetto, « une mission » come dicono qui.
Il termine "missione" non si addice propriamente a quello che stiamo facendo e forse neppure il termine "progetto": per il momento abbiamo la mente piena di idee che, frutto del lavoro fatto nei mesi prima della partenza, sono raccolte in una bozza.
Non è semplice spiegare cosa siamo venuti a fare: se lo chiamiamo "progetto" potrebbe sembrare qualcosa di preconfezionato da adattare alla realtà locale; se non lo chiamiamo con un termine specifico socialmente codificato, rischiamo di essere fraintesi.
Spieghiamo dunque a tutti che non siamo venuti per agire indiscriminatamente, bensì per osservare, ascoltare, conoscere e capire se è percorribile l'ipotesi di aiutare J.P. ed A. a realizzare un progetto sostenibile.
Abbiamo idee che ci piace chiamare esempi ed ipotesi da verificare sul territorio. Si tratta di "contenitori" da riempire con quelle che sono le modalità locali, in risposta alle esigenze rilevate in seguito ad un'analisi approfondita, nel rispetto di usi e costumi.
Non siamo venuti per portare l'Europa in Rwanda, bensì per condividere un'esperienza con chi, come A., ha il desiderio di contribuire al futuro del paese.
Più condividiamo le idee e più si arricchisce; più ne parliamo e più prende forma; più esponiamo il "progetto" e più ne siamo padroni: in realtà ci stiamo arricchendo, stiamo imparando, stiamo crescendo con lui.

Finalmente, dopo sei mesi di lontananza, ritroviamo Alphonse: momento d'intensità memorabile!
Vederlo sbucare da dietro l'angolo di un bar, elegante e sorridente come sempre, è un'emozione profonda in cui scivoliamo tutti in un istante di estrema gioia, piacevolmente liberi da qualsiasi forma di pudore.
Ci fa visitare Kibungo, la città dove abita e lavora. Vorrebbe che il progetto si svolgesse là e noi ne siamo più che felici.

Abbiamo incontrato e visitato diverse associazioni che operano a favore dei disabili. Esistono e sono in parte attive. Tutte ci dicono che vorrebbero fare molto di più ma mancano i fondi. Coloro che ne hanno li ricevono dall'Occidente o dal Giappone. Sono i più fortunati, tuttavia vivono in un senso di precarietà e dipendenza: temono che se mai dovessero essere ridotti o interrotti i finanziamenti, il loro progetto costruito in anni di lavoro sfumerebbe in nulla.
Il limite di queste strutture è che sono spesso a pagamento, quindi non accessibili a chiunque. Tutte offrono servizi per disabili, alcune lavorano per/con loro ma nessuna li supporta nell'attivarsi come individui autonomi in grado di contribuire alla vita collettiva.
Soprattutto si tratta di luoghi dove i disabili si ritrovano tra loro, nella migliore delle ipotesi hanno anche un'opportunità di lavoro, ma non interagiscono col resto società civile da cui, al contrario, sono così emarginati.  

Parallelamente alla mappatura delle associazioni di/per disabili, abbiamo avviato una ricerca anche sui centri culturali.
Questo ci porta ad incontrare il responsabile del progetto «ITORERO» del ministero della cultura. Il progetto consiste nel promuovere e riabilitare i centri culturali del paese, al fine di renderli accessibili a tutti e non più solo ad una élite ristretta di intellettuali come è nella percezione collettiva di questi luoghi.
L’incontro  si rivela fondamentale per migliorare l’orientamento del nostro progetto.
Da una osservazione a largo raggio estesa a tutto il territorio rwandese che ci ha portati a visitarlo in lungo ed in largo, focalizziamo ora l'attenzione su Kibungo.
Il sindaco, il prefetto, le persone dell’università, le associazioni, tutti ci incontrano volentieri.
Altre persone, disabili e non, si interessano al progetto e decidono di fondare assieme ad Alphonse l’associazione locale che lavorerà in gemellaggio con Sconfine: UMUZI.
Il nome è stato scelto da loro in una delle tante riunioni; significa "radici" ed è un acronimo di "umubiri umutima muzima" che significa "mens sana in corpore sano".
Il comune di Kibungo riconosce l’associazione e consegna l’autorizzazione ad operare sul territorio.
La prefettura di Kibungo ci garantisce il supporto dandoci una struttura in comodato d'uso.

È tutto pronto per iniziare: ce l'abbiamo fatta!
A novembre termina l’anno scolastico. Avranno inizio le grandi vacanze. Allora inizieranno le prime attività del centro.
Ora possiamo rientrare soddisfatti del lavoro svolto anche se la voglia di restare è tanta come tante sarebbero le cose ancora da fare, ma per quello confidiamo nell'équipe di Umuzi e ci prepariamo ad organizzare la prossima spedizione di Sconfine.


relazione al rientro dal Rwanda

Gaia, Carlotta, Momme




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