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Le persone disabili, rwandesi in particolare, hanno bisogno di un´integrazione sociale.
Concetto di disabilità nella società rwandese
La mancata integrazione delle persone disabili in Rwanda dipende da tanti fattori, innanzitutto dall´interpretazione del concetto stesso di "handicap".
Nella società rwandese la persona "handicappata" è chiamata Ikimuga. La terminologia è nata tanti anni fa e inizialmente veniva attribuita ad oggetti e non a persone.

Punizione
Il Rwanda è un paese cattolico dove Dio rappresenta un essere supremo che decide su tutto. È Dio che partorisce e fa crescere i figli.
In questa prospettiva, quando nasce un figlio disabile significa che Dio l´ha voluto tale, come punizione alla famiglia. In questo caso la famiglia si sente colpevole ed è malvista dalle famiglie attorno e da tutta la società.
Il bambino disabile è sempre vittima perché nascosto dalla sua famiglia per paura di essere emarginata dalla società. Infatti la famiglia con un figlio disabile si sente anch´essa disabile e cercherà di liberarsi nascondendolo o allontanandosi da lui, isolandolo. Ad esempio non parteciperà alle cerimonie familiari come il matrimonio di fratelli e sorelle.
Attività familiari
Un altro fattore è che la grande maggioranza delle famiglie rwandesi vivono dell´agricoltura tradizionale che richiede molta manodopera. Nella mentalità delle famiglie quindi, avere tanti figli significa avere una manovalanza importante; al contrario, avere un figlio disabile significa avere una bocca in più da sfamare.

Il genocidio
Inoltre il genocidio dei tutsi rwandesi - 1994 - ha lasciato i disabili in condizioni socio-economiche ancora più critiche.
Il numero delle persone disabili "vulnerabili" è aumentato considerevolmente. Queste sono quotidianamente esposte a gravi rischi come l´esodo verso i centri urbani e la mendicità.
I problemi più gravi che queste persone affrontano sono l´insufficienza alimentare, la mancanza di alloggio adeguato, la difficoltà di accesso ai servizi sanitari, la mancanza di accessori per la casa, l´isolamento che accentua lo sconforto psicologico dei disabili già traumatizzati. Alcuni tra questi sono orfani che assumono le responsabilità di capi di famiglia in seguito alla scomparsa di entrambe i genitori.
Conclusione
Le persone disabili dovrebbero usufruire di un orientamento capace di considerare potenzialità, capacità, interessi, attitudini, aspirazioni personali, caratteristiche diverse a seconda dell´autonomia che sono in grado di raggiungere nonostante la menomazione (fisica, sensoriale, psichica). Con l´allenamento molte persone che non camminano, che non comunicano, etc. possono imparare a fare meglio tante attività.
La famiglia e la comunità spesso non danno alle persone disabili l´opportunità di fare qualche attività di cui avrebbero bisogno. Non le incoraggiano ad andare a scuola, a lavorare, a partecipare alle attività in famiglia.

La società che non si confronta con la presenza dei disabili non è in grado di rendersi consapevole e non si sveste di pregiudizi ed atteggiamenti di rifiuto.
In altri termini, non vi può essere riabilitazione senza socializzazione, né si può pensare di operare per l´inserimento delle persone disabili offrendo a queste servizi, occasioni d´istruzioni, formazione e lavoro diversi da quelli offerti a tutti gli altri.
testo e foto da Jean-Pierre R.