Definire gli hutu e i tutsi due "etnie", addirittura "razze" o "tribù", differenti è errato. L'etnicità in Rwanda, come in gran parte dell'Africa, è il risultato di un processo storico, politico, antropologico e sociale di costruzione e invenzione dell'etnia, che ha differenti cause. Capire dove ha avuto origine il meccanismo di odio che ha portato al genocidio dei tutsi da parte degli hutu significa dare una interpretazione storica, politica, sociale e morale a un evento complesso che il pregiudizio collettivo troppo spesso spiega come la manifestazione di barbarie tribali e sottosviluppo.
Le identità hutu e tutsi hanno una loro storia e cambiano di valore con lo scorrere della storia politica del Rwanda. Sulla loro origine, la ricerca storica e antropologica degli ultimi quarant'anni giunge a conclusioni complesse e spesso differenti fra loro. Gli hutu e i tutsi fanno parte, infatti, di una stessa comunità culturale, parlano la stessa lingua, hanno abitudini comuni riguardanti il matrimonio, la coabitazione della terra, gli scambi economici e sociali. Da questo deriva che non possono essere considerati due etnie differenti. Non sono del tutto veritiere nemmeno le teorie che li considerano identità socio economiche, gli hutu coltivatori e i tutsi allevatori, in equilibrio sociale per consuetudinarie pratiche di scambio.
Secondo gli ultimi studi, hutu e tutsi sono definiti come identità storiche e politiche che cambiano con il processo di trasformazione delle istituzioni politiche locali. Il percorso storico di formazione e mutamento dello stato rwandese cambia nel tempo il valore delle identità hutu e tutsi e crea una bipolarità antitetica fra i due. Già nell'ultima fase del periodo precoloniale, i tutsi sono identificati come quella parte della popolazione più prossima al potere, ma senza alcun valore etnico e con un'ampia e continua mobilità fra le due identità: se un hutu assumeva determinati incarichi o interessi economici diventava un tutsi e viceversa. Con la colonizzazione, la distinzione hutu e tutsi assume connotati etnici e razziali. Le identità vengono cristallizzate come categorie fisse, alle quali vengono dati poteri politici ed economici differenti. Questo è all'origine di tensioni conflittuali prima inesistenti.
Per chiarire, al loro arrivo i colonizzatori, tedeschi prima e belgi dopo, si sono trovati nella necessità di identificare un gruppo autoctono che fungesse da intermediario fra l'amministrazione coloniale e la popolazione africana nelle attività di amministrazione e governo. Osservando superficialmente le società precoloniali, agli europei è sembrato che i tutsi fossero una "razza" superiore agli hutu sia per caratteristiche fisiche che per livello economico-sociale, e li hanno ritenuti gli interlocutori ideali a cui affidare i compiti amministrativi della colonia. I tutsi vengono così istruiti nelle missioni cattoliche, dove imparano la lingua del potere coloniale; diventano i supervisori delle coltivazioni; controllano il reclutamento della manodopera; sono gli esattori delle tasse e i maggiori coltivatori di caffè.
Già dai primi anni della colonizzazione belga, tutti i settori della vita politica e amministrativa del Rwanda passano nelle mani dei tutsi. Gli hutu, invece, subiscono forme di discriminazione e sfruttamento economico: vengono costretti al lavoro forzato nelle piantagioni coloniali e all'impiego obbligatorio nella costruzione di opere pubbliche; sottostanno a un regime di imposte insostenibile e non possono accedere a nessuna carica pubblica o amministrativa. Nel 1933, l'amministrazione belga istituisce la Carta d'Identità, obbligatoria per ogni rwandese, sulla quale viene segnata l'etnia di appartenenza: l'innovazione cristallizza definitivamente l'identificazione etnica come categoria determinante dello status politico, economico e sociale.
Sicuramente il conflitto fra hutu e tutsi ha fra le sue cause originarie le politiche coloniali che interrompono il processo di sviluppo locale con l'introduzione di una serie di pratiche estranee e violente per queste società. Gli studiosi affermano, però, che il popolo rwandese non è da considerare un attore statico e passivo di questi mutamenti, ma per una complessa serie di ragioni, le classi politiche locali che si sono succedute hanno continuato e aggravato la trasformazione delle istituzioni politiche e delle regole sociali che ha portato al conflitto fra hutu e tutsi.
Alla fine degli anni '50, anche nel più piccolo stato africano cominciano a soffiare i venti dell'indipendenza che stanno attraversando tutta l'Africa. Fra la popolazione maggioritaria hutu si comincia a definire una coscienza di classe e nasce un movimento di ribellione contro le politiche di discriminazione che sfocia nella creazione di organizzazioni politiche. I tutsi vengono accusati di essere la minoranza sfruttatrice della maggioranza hutu, creatrice di un monopolio razzista basato sulla discriminazione etnica e l'accentramento dei poteri amministrativi e politici. I colonizzatori belgi appoggiano la mobilitazione politica hutu, abbandonando repentinamente il sostegno dato ai tutsi fino a quel momento, per il timore che la rivolta si rivolga contro di loro e per conquistarsi i favori della futura classe dirigente.
Nel 1959 scoppia la rivoluzione hutu. I tutsi vengono sterminati, uccisi, costretti all'esilio nei paesi confinanti. Nel 1962 il Rwanda conquista l'indipendenza e diventa una repubblica, governata da un presidente hutu. I fatti di questo periodo contribuiscono a definire nella memoria storica del paese l'etnicità quale sinonimo di ideologia politica di classe che associa colpe storiche, ideali politici, status economico e sociale all'appartenenza etnico-razziale.
Nei decenni seguenti si susseguono la Prima (1962-1973) e la Seconda Repubblica (1973-1994), entrambe costituite da regimi dittatoriali (a maggioranza hutu) che perseguono politiche di discriminazione etnica contro i tutsi. In realtà, le dittature di questi anni (soprattutto durante la Seconda Repubblica) sono costituite da ristrette élite spesso composte da poche famiglie hutu (ma anche tutsi) che si sono spartite le alte cariche politiche, economiche, militari e intellettuali e che si sono create immensi imperi economico-finanziari, grazie a economie illegali, corruzione, accentramento delle risorse. Attraverso la negazione dei diritti politici e civili, la creazione di regimi militari basati sul terrore e la violenza, e con il sostengo di partner stranieri intenti a mantenere le spartizioni d'influenza della Guerra Fredda, questa sorta di mafia politica si mantiene saldamente al potere del Rwanda per più di trent'anni.
Sotto questi regimi, i tutsi subiscono discriminazioni di ogni genere e numerose campagne di sterminio. Le politiche di discriminazione etnica sono, infatti, armi potentissime per la repressione di ogni forma di opposizione politica, il controllo ideologico della popolazione, la concentrazione e il mantenimento del potere economico. Ciò ha provocato diaspore cicliche di popolazioni tutsi verso i paesi confinanti: Uganda, Burundi, regione del Kivu nell'ex-Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo, RDC). Nei paesi di accoglienza (in particolare in Uganda) i rifugiati tutsi si organizzano militarmente e politicamente, fondando nel 1986 il Fronte Patriottico Rwandese (FPR), che ha come obiettivi il rovesciamento della dittatura a dominio hutu e la creazione di istituzioni democratiche.
Nel 1994 in Rwanda si è consumato il terzo genocidio del secolo. Lungi dall'essere espressione delle barbarie tribali di un popolo sottosviluppato, il genocidio è un crimine minuziosamente programmato e organizzato da una ristretta élite detentrice del potere politico, economico, militare.
Con la fine della guerra fredda, l'Africa non è più uno dei territori di spartizione fra Est e Ovest e diversi dittatori africani perdono gli indispensabili appoggi politici ed economici forniti fino a quel momento da una o l'altra superpotenza. I vari regimi riceveranno sostegno dall'occidente solo se si dimostreranno rispettosi di nuove condizioni: democrazia, diritti umani, multipartitismo, liberismo economico. In tutta l'Africa si avviano processi di democratizzazione e si manifestano partiti, movimenti, organizzazioni della società civile che già da tempo erano presenti nella clandestinità.
Il Rwanda non è esente da questi processi. Nel 1990, sotto le pressioni della comunità internazionale, la dittatura hutu è costretta ad avviare un processo di transizione democratica che comporta l'introduzione del multipartitismo e la garanzia dei principali diritti politici e civili. Immediatamente sorgono numerosi partiti, associazioni, movimenti politici, in rappresentanza di una società civile fino ad allora soggiogata dalle regole del regime. Il processo di democratizzazione è immediatamente considerato dalla dittatura come una minaccia al potere politico ed economico del partito unico che potrebbe determinare la distruzione dell'impero commerciale e finanziario creato in quasi vent'anni di governo.
Nell'ottobre 1990 nel nord del paese ha inizio la guerra civile fra l'esercito nazionale (FAR) e il FPR che invade il Rwanda dall'Uganda con l'obiettivo di esautorare la dittatura hutu. Intanto il paese è colpito da una crisi economica e sociale senza precedenti causata dalla caduta del prezzo del caffè (maggiore prodotto di esportazione) e dalle misure di aggiustamento strutturale volute dalle istituzioni finanziarie internazionali che determinano un aggravamento della povertà.
Il regime rwandese è sull'orlo del collasso, attanagliato dalla guerra con il FPR, dal processo di transizione democratica interno, incalzato dalla comunità internazionale, dall'opposizione politica e dalla società civile che vuole democrazia, ridistribuzione delle ricchezze e diritti umani. Per ottenere fondi dalla comunità internazionale è costretto ad avviare un lungo negoziato (il processo di Arusha) con il FPR e gli altri partiti dell'opposizione per raggiungere un accordo sulla transizione democratica e la divisione dei poteri con le altre formazioni politiche. Ma il processo di pace è continuamente ostacolato e gli accordi non vengono rispettati dalle parti. Il regime, infatti, sta approntando un'ultima arma per tentare di mantenere il potere e l'impero economico costruito. Si tratta del genocidio dei tutsi, grazie al quale è possibile mascherare lo sterminio di tutti gli oppositori politici e civili e cercare la vittoria militare contro il FPR.
Il 7 aprile esplode l'aereo presidenziale sull'aeroporto della capitale, Kigali. Le circostanze sono ancora sconosciute. Nell'incidente muoiono il presidente rwandese Habyarimana e il capo di stato del Burundi. Pochi minuti dopo l'esplosione dell'aereo, ha inizio il genocidio dei tutsi in tutto il paese. Le milizie armate, la Guardia Presidenziale e altri corpi speciali di estremisti hutu danno inizio ai massacri. I primi a essere uccisi sono i massimi esponenti dei partiti di opposizione, avvocati, giudici, uomini di affari, giornalisti, militanti nelle associazioni per i diritti umani, esponenti della società civile, hutu e tutsi indifferentemente. Poi i massacri si allargano a tutta la popolazione tutsi.
In soli tre mesi sono state uccise dalle 500.000 a 1.500.000 di persone a seconda delle stime; 2.800.000 sono i rifugiati che varcarono le frontiere dei paesi vicini; 2 milioni i profughi all'interno del paese, su un totale di circa 7 milioni di abitanti.
Il genocidio è il risultato di una organizzazione e pianificazione minuziosa studiata per diversi anni dalla minoranza al potere. E' un piano di sterminio di massa che viene programmato da una élite formata da alti esponenti militari, intellettuali, politici, da quella classe che in Rwanda deteneva l'80% delle ricchezze del paese in traffici leciti ed illeciti e che per nessun motivo vi avrebbe rinunciato. Ma per funzionare il piano necessita di essere condiviso e realizzato dall'intera popolazione. Per questo motivo intellettuali estremisti hutu definiscono un'operazione di propaganda che entra nelle case di ogni rwandese, grazie al monopolio governativo dei media e alla nascita della stampa estremista. Tale propaganda inneggia a una vera e propria ideologia razzista, che vede nei tutsi la storica causa di ogni male della popolazione hutu. I tutsi sono tutti considerati complici del FPR che sta invadendo il paese, per soggiogare ancora una volta la maggioranza hutu e per appropriarsi di tutto il potere politico ed economico.
Da anni la popolazione vive nel terrore per le continue violazioni dei diritti umani, saccheggi, uccisioni, violenze. Negli anni della transizione democratica ha inizio un lento e continuo stillicidio di morti, violenze, saccheggi nei confronti dei tutsi, ma anche degli oppositori politici e civili al regime. Stremata dalla crisi economica e dall'insicurezza sociale, la popolazione aderisce alla propaganda razzista vedendo nell'eliminazione dei tutsi un capro espiatorio, una via di uscita per la sopravvivenza. Nei giorni precedenti l'inizio del genocidio tutti sono armati. La famigerata Radio delle Mille Colline, uno dei registi del genocidio, entra in tutte le case ed è l'unica voce per la maggioranza della popolazione analfabeta. La radio elenca giorno e notte i nomi di coloro che devono essere uccisi, nomi comunque esposti e diffusi presso le amministrazioni locali. Il terrore dilagante fa sì che tutti si armino, a seconda delle possibilità economiche. Tonnellate di machete erano state comprate dalla Cina per i più poveri. Incitata e spesso costretta dai capi locali, dalle milizie estremiste hutu e dall'esercito, la maggioranza della popolazione hutu si trasforma così in artefice del genocidio.
Il 4 luglio 1994, il FPR entra nella capitale Kigali e conquista il potere. Immediatamente termina il genocidio. L'esercito dell'ex-regime (FAR), i corpi armati speciali, esponenti politici e amministrativi rimasti in Rwanda in quei mesi, partono per i campi profughi del Kivu, assieme alla loro gente.
Durante i tre mesi in cui si è consumato il genocidio, la comunità internazionale non è intervenuta in alcun modo. Nonostante l'istituzione di Commissioni di Inchiesta delle Nazioni Unite, appelli di ogni genere da parte delle associazioni internazionali dei diritti umani, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non è riuscito in tempi utili a prendere una decisione sul da farsi. Anzi, ciò che stava accadendo in Rwanda non è mai stato chiamato con il giusto nome, genocidio, in quanto le Convenzioni internazionali a riguardo sancivano l'obbligo di intervento per fermare il crimine contro l'umanità. Ma nessuno voleva intervenire in Rwanda. Gli Stati Uniti, il Belgio, la Comunità Europea, ognuno per ragioni politiche di carattere interno e internazionale, non avevano alcuna intenzione di intervenire in un conflitto che non ledeva nessun loro interesse strategico. Solo la Francia è intervenuta con l'Operation Turquoise, ma semplicemente per perseguire la propria politica nella regione, tanto da appoggiare il regime genocidiario. Anche gli attori africani, Zaire, Uganda, Sudafrica, l'Organizzazione per l'Unità Africana (OUA), hanno consentito che il genocidio seguisse il suo corso, come alleati storici del regime al potere (Zaire) o semplicemente come venditori di armi (Sudafrica, Uganda).
Il genocidio avvenuto in Rwanda è stato un evento catastrofico sotto ogni profilo, che segnerà per molte generazioni la storia e la vita di questo paese e degli stati confinanti.
Il FPR, vincitore della guerra contro l'ex-regime genocidiario, trova al suo arrivo un paese distrutto e deserto. La maggior parte dei tutsi sono stati uccisi. Molti hutu si sono invece rifugiati nei paesi vicini. Un'immensa ondata di rifugiati si riversa in pochi giorni in Tanzania, Burundi, Uganda, ma soprattutto in Zaire, nella provincia del Kivu, provocando una catastrofe umanitaria senza precedenti. In poche settimane vengono allestiti campi per rifugiati con 50.000, 100.000, 500.000 persone, delle vere e proprie città. Nei campi profughi arrivano gli aiuti umanitari, e con essi le grandi ONG internazionali e i media. Lì si riversano interi villaggi e città rwandesi, che si riorganizzano con gli stessi schemi amministrativi esistenti in Rwanda. Gli operatori degli aiuti umanitari, nella necessità di censire e gestire l'immensa folla, si rivolgono a degli intermediari autoctoni. I più adatti sembrano proprio gli amministratori locali (i borgomastri), le ex autorità cittadine, personaggi che conoscevano quella gente e il francese. Purtroppo costoro sono anche coloro che, in Rwanda, hanno incitato alla violenza e alla discriminazione etnica, i complici e gli artefici del genocidio. I campi dei rifugiati diventano le roccaforti del regime in esilio, del suo esercito (ex-FAR) e delle milizie di estremisti hutu. Qui hanno la possibilità di riorganizzarsi politicamente, di comprare nuove armi fornite dal regime di Mobutu, di creare basi militari. I rifugiati diventano ben presto ostaggi dei militari, che fanno razzia degli aiuti umanitari, provocano violenze e uccisioni, e trasferiscono nei campi la politica di discriminazione etnica.
Ben presto i campi profughi diventano insicuri e ingestibili per le organizzazioni umanitarie. Le ONG avviano un dibattito morale e professionale sul da farsi e molte decidono di lasciare i campi. Nella primavera del 1996 hanno inizio le incursioni in Rwanda da parte delle milizie armate dell'ex-FAR, con violenze, nuovi saccheggi e assassini.
Il Kivu diventa una delle zone più calde della Regione dei Grandi Laghi e si prepara a essere il teatro del primo conflitto continentale africano.
Nel febbraio del 2000 Paul Kagame, vicepresidente e ministro della Difesa durante la presidenza di Pasteur Bizimungo (figura importante tra gli Hutu dell' FPR), diventa presidente della Repubblica, a capo di un governo di Unione nazionale.
Kagame, Paul (Gitarama 1957), militare e uomo politico ruandese. Visse dall'età di tre anni in Uganda, dove la sua famiglia era riparata per sfuggire alla violenta rivoluzione hutu scoppiata nel 1959. Compiuti gli studi superiori, nel 1980 entrò nell'armata che aveva abbattuto l'anno precedente il regime di Idi Amin e nel 1981 si unì a Yoweri Museveni nella lotta contro Milton Obote.
Ufficiale dell'esercito ugandese dal 1986, nel 1990 assunse la guida delle milizie del Fronte patriottico ruandese (FPR), che, nato tre anni prima tra i profughi tutsi, aveva lanciato una vasta offensiva contro l'esercito ruandese. Nel luglio del 1994 Kagame conquistò Kigali, sottraendo il potere agli hutu e fermando l'ondata di violenza che in due mesi aveva provocato centinaia di migliaia di vittime tra la popolazione tutsi. Nominato vicepresidente e ministro della Difesa, nel marzo del 2000 succedette a Pasteur Bizimingu alla guida del paese.
Accusato nel 1998 dall'ONU di aver fatto poco per impedire le violente rappresaglie ai danni degli hutu, Kagame ha consolidato l'alleanza con l'Uganda di Museveni, facendo del Rwanda una delle maggiori potenze della zona dei Grandi Laghi. In nome della difesa del paese, ha favorito la guerra di Laurent-Desiré Kabila contro Mobutu, per dare in seguito il suo sostegno ai ribelli tutsi banyamulenge, che gli assicurano il dominio su un'ampia e ricca regione della Repubblica democratica del Congo.
Nell'ultimo decennio i conflitti armati nell'area dei Grandi Laghi hanno determinato conseguenze umanitarie e sociali di proporzioni immense.
Il Rwanda ha subito una guerra civile interna (1990-94), il genocidio (aprile-luglio 1994), un massiccio spostamento in uscita e di successiva entrata di rifugiati (1994-1996), l'impegno militare, ancora non del tutto conclusosi, nei due conflitti (1996-2001) nella Repubblica Democratica del Congo (RDC).
I dati relativi alle conseguenze dei conflitti sono piuttosto imprecisi e variano notevolmente a seconda delle fonti. Si è scelto di fornire di seguito alcune cifre riguardanti la situazione del Rwanda dopo il genocidio che danno un'idea della portata distruttiva a livello economico, sociale, e umano degli eventi accaduti dopo il 1994.
Costi umani del genocidio in Rwanda (aprile-luglio 1994)
<A seconda delle fonti, le vittime del genocidio variano tra 800.000 e 1.500.000.
I rifugiati nei paesi vicini a seguito del genocidio e della conquista del potere da parte del Fronte Patriottico Rwandese sono stati stimati tra 1.750.000 e 2.100.000, mentre i dislocati interni sono stati calcolati tra 1 e 2 milioni (ACNUR, settembre 1994).
Nell'agosto 1994, si calcola che la popolazione rwandese ancora presente nel paese si sia ridotta del 35-40%, rispetto all'aprile dello stesso anno.
Costi umani registrati fra i rifugiati (1995-1997)
Vittime delle epidemie di colera nei campi: 50.000 (OMS 1995).
Sparizioni, uccisioni di rifugiati a seguito della distruzione dei campi profughi: 300.000-500.000.
Distruzione di infrastrutture e servizi
Nel 1994 è stato distrutto circa un quarto delle abitazioni civili con percentuali variabili a seconda delle province. Nel 1996, a seguito del ritorno in massa dei rifugiati dai campi profughi, il problema della casa diventa un'emergenza. I programmi di costruzione di villaggi attuati dal governo nel 1997 non soddisfano ancora la domanda.
Nel 1994 gran parte delle scuole e degli ospedali hanno subito danni e sono stati chiusi. Lo sforzo di ricostruzione e gli aiuti internazionali hanno permesso la riapertura di quasi tutte le strutture entro il 1996.
La situazione delle abitazioni è gravissima. Alla fine del 1999, l'UNDP (United Nation Development Program) stimava che 370.000 famiglie (per un totale di circa 1,5 milioni di persone) vivessero in situazioni simili a quelle dei campi profughi, e altre 63.000 famiglie in abitazioni occupate illegalmente.
I programmi governativi di "villaggizzazione" implicano la costruzione di veri e propri nuovi villaggi, laddove non sono mai esistite realtà socio-urbane del genere. In Rwanda, infatti, le abitazioni erano sparse per il territorio e separate da vasti appezzamenti terrieri, riuniti amministrativamente in borgate. La villaggizzazione, oltre ad aver costretto molti all'abbandono delle proprie terre, ha comportato la distruzione di case vecchie abitate, creando una nuova realtà abitativa, che sta modificando la realtà sociale del paese.
Il processo di riabilitazione dei rifugiati
Nel 1996, in pochi mesi la maggior parte dei rifugiati (circa un quarto della popolazione rwandese) ha fatto ritorno in Rwanda. Si tratta di una folla immensa che ha subito i traumi fisici e psichici del genocidio e della vita nei campi profughi e che, tornata nelle proprie case, non trova niente di ciò che ha lasciato. Molti sono orfani, vedove, mutilati, disabili fisici e psichici. Il governo rwandese deve affrontare la riabilitazione e la reintegrazione sociale dei rifugiati, per la quale sono stati mossi ingenti capitali della comunità internazionale.
La situazione sanitaria e l'AIDS
Il Rwanda presenta una situazione sanitaria molto precaria. Le infrastrutture sono in fase di ricostruzione, ma non bastano a coprire le esigenze della popolazione. La malnutrizione, soprattutto infantile, è cresciuta negli ultimi anni a causa della mancanza di beni alimentari. Malattie come malaria, pleurite, dissenteria, sono molto diffuse, soprattutto nelle più isolate zone rurali.
L'aumento della diffusione dell'AIDS è un rischio enorme per la popolazione rwandese, gravemente esposta al contagio durante i massacri, le continue e sistematiche violenze contro le donne, le uccisioni.
L'80% delle donne sopravvissute sono state violentate e il 50% di esse hanno contratto l'AIDS (Esther).
Nel 1996, secondo una ricerca dell'Istituto di Sviluppo Sanitario dell'Università di Parigi, l'AIDS è responsabile dell'1-1,5% dei decessi, contro il 37-41% della malaria. Secondo dati dell'OMS, i sieropositivi nelle realtà urbane rappresentano già il 20-30% della popolazione. Si teme che la guerra e il rimpatrio dei rifugiati possano portare a una diffusione esplosiva della malattia anche nelle zone rurali.
Donne e bambini
Il genocidio ha segnato gravemente le generazioni future del paese provocando l'eliminazione di 300.000 bambini. Come sostiene Graça Machel, rappresentante speciale dell'UNICEF, i bambini sono obiettivi di guerra secondo la logica che "uccidendo un bambino oggi si elimina un nemico di domani". In Rwanda il genocidio ha lasciato 250.000 bambini orfani o separati dalle famiglie, spesso traumatizzati psichici a causa delle violenze viste o subite. 15.700 sono le ragazze, con più di 13 anni, che hanno subito violenze sessuali. Molte sono rimaste incinte, molte contagiate dall'AIDS. 250.000 sono le donne rimaste vedove, il 33,7% delle donne sono capofamiglia. Sulle donne rwandesi gravano oggi ancora più compiti di quelli caratterizzanti gli squilibri di genere delle società africane. Si tratta non solo della ricostruzione del paese, ma dell'assimilazione del genocidio e della guerra nella memoria storica delle generazioni future.
Nell'intervento di Esther Mujawayo, sociologa e psicoterapeuta rwandese, al convegno organizzato da Progetto Rwanda alla Casa internazionale delle donne (2/Febbr/2006), vengono esposti per sommi capi i risvolti del trauma legati al genocidio.
Tra le donne sopravvissute, dice Esther, o meglio condannate a vivere con il dolore della memoria e l'immenso vuoto sociale venutosi a creare, il sentimento prevalente è stato il timore di diventare folli. La follia veniva contemplata come possibile conseguenza dell'incapacità di gestire l'enorme vuoto affettivo e conseguentemente identitario. Nella società rwandese il senso della famiglia allargata è da sempre stato molto forte e fondamentale nel rinvigorire meccanismi di appartenenza e quindi d'identità.
Nel pensiero delle sopravvissute la paura della follia è stata incrementata, oltre che dalla scomparsa delle persone care, dal pensiero costante relativo al modo in cui le stesse sono venute meno, alla lenta e straziante sofferenza sopportata prima della morte.
Tra le donne scampate al genocidio è stato rilevato un diffuso senso di colpa generato sia dall'essere rimaste vive, sia dal non aver dato degna sepoltura ai propri defunti. Quest'ultimo punto ha avuto un notevole peso nella comprensione e rielaborazione del trauma, nella misura in cui ha impedito loro di portare a termine il processo di lutto.
Ultimo argomento sollevato da Esther è stato il dramma del terribile sospetto verso il vicino, il sospetto di relazionarsi quotidianamente con i potenziali assassini dei propri cari.
Paralisi economica
Il genocidio e la guerra del 1994 determinano una paralisi quasi totale dell'economia rwandese, provocando danni in tutti i settori principali. Nel 1996 si registra una tiepida ripresa della produzione, mentre gli sforzi di ricostruzione permettono la riapertura di gran parte delle strutture scolastiche e sanitarie. Negli ultimi anni l'impegno del governo di Kigali nel conflitto del Kivu (1996-97) e nella successiva guerra nella RDC ha drenato risorse importanti verso il settore militare, frenando la ripresa dell'economia del paese.
Perdite del settore agricolo
Nel 1994 l'agricoltura registra un forte calo di produzione. Secondo i dati della FAO la produzione totale di cibo risulta essere il 45% dell'anno precedente. I raccolti sono decimati, distrutti o lasciati marcire nei campi per mancanza di manodopera. Negli anni successivi il settore comincia a riprendersi anche grazie agli aiuti internazionali e alle politiche governative. Le dispute riguardanti il possesso della terra (aumentate a dismisura con il ritorno massiccio dei rifugiati nel 1996-97) frenano i possibili investimenti di lungo periodo dei contadini. Nelle regioni nord-est del paese il clima d'insicurezza dovuto alla guerra con la RDC continua a ostacolare la produzione. Le aree coltivabili al confine con l'Uganda continuano a essere inutilizzabili a causa della presenza di 50.000-60.000 mine. Manca, inoltre, gran parte della manodopera maschile: molti sono impegnati nell'esercito, circa 90.000 uomini sono in prigione per accuse di genocidio. La produzione agricola è quindi sostenuta soprattutto dalle donne.
Conseguente alla crisi del settore agricolo è la paralisi del settore industriale, in gran parte basato sulla lavorazione di prodotti alimentari. Le imprese, i servizi pubblici, il settore privato hanno subito vandalismi e saccheggi. Le costruzioni sono state danneggiate, la produzione sistematicamente saccheggiata.
Anche l'allevamento ha subito un forte stallo. La maggior parte dei capi di bestiame è stata distrutta: circa l'80% dei bovini, il 90% degli animali di piccolo taglio, il 95% dei maiali e del pollame. In tutto il paese sono tuttora carenti carne, latte e loro derivati.